LA TRILOGIA DEL SARTO

LA TRILOGIA DEL SARTO

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8 gennaio 2018

Osservatorio La Questione Capitale

LA TRILOGIA DEL SARTO

Si va dunque verso le elezioni. Fioriscono accordi, strategie, programmi e candidati . Gli elettori rimangono disorientati perché queste alchimie risultano come sempre incomprensibili. Quando saranno chiamati ad esprimersi, il 4 marzo, non potranno che rispedirli al mittente attraverso una massiccia astensione o schede bianche. Questi poveri cristi, che tutti a parole blandiscono ma che nei fatti nessuno considera, vorrebbero semplicemente vivere meglio di come vivono oggi, vorrebbero accedere a quel minimo di benessere che una società civile e progredita dovrebbe loro assicurare quasi in automatico senza inutili vessazioni e restrizioni finanziarie che, al contrario, sono costretti a subire per la manifesta incapacità dei manovratori. Assodato che il benessere parte, si sviluppa e si consolida attraverso una sana gestione dell’economia, provo ad indicare i temi sui quali il governo che verrà dovrà focalizzare la sua azione. Ritengo che almeno tre questioni siano di evidente interesse e vadano affrontate con il giusto rigore scientifico e senza inutili perdite di tempo. Parafrasando Ken Follett mi verrebbe spontaneo raggruppare i tre punti nella “trilogia del sarto” che lavora al taglio del debito, al taglio della spesa ed al taglio dell’Europa.

Taglio del debito.

Forse é opportuno chiarire, almeno per i non addetti ai lavori, che il debito va tagliato per pagare meno interessi, utilizzando il risparmio ottenuto per creare benessere.

Una cosa é certa: le vendite di asset statali, siano essi di ordine mobiliare o immobiliare, hanno permesso allo Stato di incassare fino ad oggi quasi 200 miliardi di euro; ma poiché sono state eseguite senza alcuna progettualità perché dettate dalla stretta contingenza o da un interesse politico di parte non hanno portato alcun miglioramento del debito pubblico che, al contrario, é addirittura aumentato passando

a veleggiare verso i 2400 miliardi. Insomma anche un bambino capirebbe che abbiamo alienato 200 miliardi dei beni statali senza ottenere alcun beneficio. Si tratta quindi di capire quali sono i residui asset da mettere sul mercato e se é vera l’ipotesi da più parti formulata secondo cui l’entità totale ammonti a circa 500 miliardi di euro.

Questo patrimonio pubblico, spesso improduttivo se non addirittura generatore di ulteriori costi, va messo a reddito attraverso una operazione che studiosi ed economisti di fama hanno già indicato come “Fondo Italia”. Funziona come un fondo comune d’investimento dentro il quale dovranno confluire tutti beni ancora in possesso dello Stato (aziende, immobili, partecipazioni etc. etc.); il Fondo Italia emetterà obbligazioni per un valore pari al totale del valore dei beni che man mano verranno conferiti, costituendo, di fatto, la vera garanzia per tutti gli investitori. I ricavi delle obbligazioni, sottoscritte da privati, banche, assicurazioni o investitori esteri, verranno versati al conto capitale dello Stato in riduzione del debito pubblico.

E’ ovvio ma é bene ripetere che quanto migliore sarà la gestione del fondo tanto più alti saranno i rendimenti pagati agli investitori.

A tutela degli asset inseriti nel fondo ed al fine di evitare che quelli ritenuti maggiormente strategici finiscano in mani straniere occorre integrare le norme vigenti con altre più restrittive che impediscano qualsiasi intromissione diretta o indiretta per conquistarne il controllo.

Taglia spesa.

Il taglio del debito porta con se –come già detto– il taglio degli interessi che costituisce già il primo tassello per ridurre la spesa. In sovrappiù, con il conferimento dei beni statali nel “Fondo Italia”, si realizzerebbe in automatico anche una riduzione delle locazioni passive che pesano almeno per 10/12 miliardi.

Dai numerosi tentativi messi in cantiere da oltre un trentennio, compreso quello recentissimo del Dott. Cottarelli, si possono poi trarre spunti interessanti per passare alle vie di fatto e costruire un progetto concreto da realizzare in tempi brevissimi. Senza dilungarmi troppo posso proporre qui di seguito una “lista della spesa” facilmente realizzabile :

– eliminare o ridurre i tanti enti inutili (vedasi CNEL) ;

– eliminare le province;

– accorpare i comuni più piccoli ;

– ridurre il numero dei parlamentari;

– ridurre il numero e lo stipendio dei consiglieri regionali;

– ridurre i dipendenti della Banca d’Italia;

– applicazione dei costi standard per tutte le istituzioni statali fino ai comuni;

– ridurre i centri di appalto ad un numero facilmente controllabile (20/40);

– eliminare ovvero ridurre all’osso i contributi verso le imprese;

– ridurre le agevolazioni fiscali con collegata lotta all’evasione (vedasi lavoro sulla “flat-tax)

Taglio dell’Europa.

E’ ovviamente una provocazione. La storia, i legami culturali, le arti, l’economia, la cristianità, sono valori troppo forti per essere ignorati e, quindi, recisi senza prima tentare di ricostruire un tessuto di rapporti equilibrati con l’insieme ormai abnorme dei paesi che ne fanno parte. E’ un dato di fatto che un paese come l’Italia, storico fondatore dell’Unione, si sia impoverito dal momento in cui é stata introdotta la moneta unica. Quindi prima di invocare una “Italexit” bisogna spingere il futuro governo ad impegnarsi affinché ottenga significative modifiche riguardo alcune norme che penalizzano fortemente il nostro paese.

La prima di esse é il “Fiscal compact” ovvero la norma che impone la riduzione del debito pubblico di un ventesimo per la parte eccedente il 60% del PIL. Considerando che il debito é oggi pari al 133% del PIL ciò significa che esso va ridotto del 73% in venti anni e, quindi, del 3,6% all’anno. Conseguentemente se un punto di PIL equivale a 15 miliardi occorre recuperare 54 miliardi l’anno. UNA FOLLIA.

E’ bene ricordare che questo trattato che ci impone politiche restrittive da qui all’eternità é stato approvato anche grazie alla gentile accondiscendenza del nostro governo dell’epoca e nell’assoluto silenzio critico dei media nazionali. Oggi nel chiederne la revisione occorre far passare il concetto secondo cui per debito deve intendersi quello complessivo del nostro paese, ossia la somma del debito pubblico e del debito privato. Se é vero che il nostro debito pubblico é tra i più alti al mondo é anche vero che quello privato é tra i più bassi, di tal ché il nostro consolidato ci porrebbe tra i paesi addirittura più affidabili; se a ciò aggiungiamo che il nostro monte risparmi é secondo solo al Giappone capiamo come sia anche necessario chiedere all’Europa la revisione del “Bail in”, non essendo più tollerabile che i salvataggi bancari ricadano perfino sui risparmiatori privati.

Concludendo faccio mie alcune altre proposte sollecitate da più parti, compreso il presidente francese Macron, come quelle con cui si chiede l’elezione diretta del Presidente della Commissione, l’istituzione di un Ministro del Tesoro e delle Finanze, l’istituzione di un Ministro della Difesa e l’istituzione di un Ministro Unico per l’immigrazione.

Mario Travaglini

08/01/2018