Il Giudice come un arbitro non può appartenere a nessuna delle due squadre

Il Giudice come un arbitro non può appartenere a nessuna delle due squadre

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6 ottobre 2017

Osservatorio Giustizia

Il giudice, come un arbitro, non può appartenere a nessuna delle due squadre…

 Questo lo slogan scelto dalla Unione delle Camere Penali Italiane per la campagna referendaria appoggiata anche  da Civiltà Italiana

La separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri è una riforma indispensabile per avere un processo accusatorio moderno ed efficiente. La riforma serve a realizzare infatti la necessaria terzietà del giudice, prevista dall’art. 111 della Costituzione, adeguando il nostro ordinamento giudiziario al resto dell’Europa, dove una simile confusione fra giudici e procuratori, tra controllori e controllati, risulta del tutto sconosciuta.

E’ proprio la terzietà del giudice, scritta nella nostra Costituzione, ma mai realizzata, la caratteristica intrinseca ed irrinunciabile di un moderno processo accusatorio, nel quale l’azione del pubblico ministero è controllata da un giudice che disegna i confini invalicabili della legalità della prova, delle garanzie e dei diritti di tutti i cittadini. Il processo accusatorio ha bisogno di un giudice che sia e che appaia non solo imparziale, ma anche “terzo”, privo – come affermava Giovanni Falcone – di ogni “parentela” con il pubblico ministero.

Un arbitro, infatti, per essere tale non può appartenere a nessuna delle due squadre. La riforma elaborata dai penalisti italiani, se da un lato restituisce legittimazione e autorevolezza alla figura del giudice, dall’altro scongiura ogni pericolo di assoggettamento della figura del pubblico ministero all’esecutivo, preservandone e potenziandone l’autonomia attraverso la creazione di due distinti Consigli Superiori.

L’attuale sistema nel quale i giudici e i pubblici ministeri sono rappresentati da un medesimo organo di governo, all’interno del quale si giudicano l’un l’altro a fini disciplinari e di carriera, non ne garantisce invece né l’autonomia né l’indipendenza. La separazione delle carriere conferisce dunque trasparenza e democraticità all’intero sistema processuale. L’idea dell’unitarietà della giurisdizione è infatti il residuo di una cultura antidemocratica ed autoritaria che rispondeva ad una idea di processo inquisitorio repressivo.

Un’impostazione divenuta del tutto inattuale ed incompatibile con il nostro modello di processo accusatorio che, come in tutti i paesi di ispirazione liberale e democratica, deve essere un equilibrato strumento di accertamento delle responsabilità del singolo cittadino, e non uno strumento di repressione. Inoltre, questa riforma affronta un’altra questione essenziale per garantire la separazione dei poteri e l’efficienza del processo in quanto, pur preservando l’obbligatorietà dell’azione penale, ne modula opportunamente l’esercizio restituendo al Parlamento l’esclusiva competenza ad operare scelte in materia di politica criminale. Quella della separazione delle carriere non è dunque una scelta contro la magistratura ma una iniziativa a favore di una giustizia più giusta e di un processo che risponda alle esigenze e alle aspettative di tutti i cittadini.

E’ per questa ragione, per evitare strumentalizzazioni ideologiche, che i penalisti italiani hanno deciso di proporre al Parlamento una propria legge di riforma, costituendo un autonomo Comitato promotore, chiedendo poi a tutte le forze politiche ed a tutti coloro che condividessero quella proposta di aderire e di sostenere il progetto. Il Partito Radicale Transazionale, il partito Liberale, la Fondazione Einaudi ed altri hanno da subito appoggiato la campagna di raccolta delle firme. Molti altri si sono in seguito espressi pubblicamente in favore della iniziativa sottoscrivendo la proposta: giuristi, giornalisti, magistrati, esponenti politici di ogni estrazione e schieramento, dimostrando con ciò la assoluta trasversalità del nostro progetto. La proposta di riforma costituzionale di iniziativa popolare, come previsto dalla nostra Costituzione, deve essere sottoscritta da almeno 50.000 cittadini aventi diritto di volto. In pochi mesi sono già state raccolte oltre 67.000 firme, ma è necessario dare forza a questa iniziativa perché il Parlamento la esamini al più presto. La giustizia non riguarda infatti avvocati e magistrati ma tutti i cittadini.

Anche  Civiltà Italiana coerentemente con il suo programma ed il suo Comandamento Giustizia, ha aderito all’iniziativa delle Camere Penali Italiane e sarà presente al convegno di Roma con una sua rappresentanza.