La scuola che vorrei

La scuola che vorrei

Osservatorio “Chi l’ha detto”

LA SCUOLA CHE VORREI

Devo dire subito che negli ultimi anni, ma sono oramai diversi anni, trovo sempre meno interessante pensare e parlare di scuola. Ho preferito allargare il discorso pedagogico a temi, diciamo, sempre più extra pedagogici e decisamente extra-scolastici, come la globalizzazione, la geopedagogia, il lavoro, il paesaggio, la biografia e il pensiero di grandi autori come Camus e, da ultimo, Jaspers. 

       Questo non significa rinnegare il mio passato di insegnante o il mio presente di formatore di insegnanti. La ragione è che trovo quasi insopportabile la divaricazione tra le parole e le cose, tra le intenzioni e le realizzazioni. Complice anche la pedagogia istituzionale, il linguaggio dell’educazione scolastica soffre di una manomissione delle parole che non corrispondono più alla realtà. Non sono le parole che all’inizio possono creare un mondo, sono le parole che restano solo parole. “Alla fine era il verbo”, scrisse Karl Kraus. Capovolgendo l’immagine giovannea, il verbo che non è più parola ma chiacchiera. E il linguaggio diventa chiacchiera quando si separa dall’essere (Heidegger).

       “La condizione in cui viviamo è la vera fine del mondo: quella cronica” (Kraus). Si può usare questo terribile paradosso anche per la scuola? Una cronica fine della scuola? La situazione richiederebbe invece modestia, concentrazione e impegno da parte dei docenti e dei dirigenti più volenterosi intorno ai propri alunni e alle loro famiglie. Certo, la crisi della scuola sta all’interno di una crisi che riguarda l’intera società.

Era una vecchia abitudine di Claudio Volpi ed anche di Ravaglioli, che anch’io ho ereditato, quella di dare uno sguardo, durante le vacanze di Natale, al Rapporto Censis che esce di solito all’inizio di dicembre, per capire dove stava andando il nostro paese. Quello di quest’anno è veramente sconfortante. L’immaginifico linguaggio metaforico creato da De Rita cercava di descrivere e interpretare i cambiamenti della società italiana ma oggi mi sembra che abbia esaurito esso stesso le immagini. Si parla di una società alle prese con una “sconcertante rassegnazione collettiva” e con “un’affannosa moltiplicazione dei tentativi per sfuggire ad essa”. La società liquida si è fatta sempre più indistinta e sfuggente, sempre più “a-sistemica”. Una società di iniziative individuali ma sempre in orizzontale, senza nessuna verticalizzazione. Si avverte soprattutto una “sospensione delle aspettative” ed anche dove l’innovazione tecnologica è più forte, come nei nuovi media digitali, l’uso che se ne fa, che ne fanno soprattutto le giovani generazioni è quello di uno specchio narcisistico. “L’individuo si specchia nei media…media come specchi introflessi piuttosto che come strumenti attraverso i quali scoprire il mondo e relazionarsi ad esso”. La previsione è che dovremo convivere a lungo con questa “stabile mediocrità”.

E’ evidente che una società come questa è un ambiente non favorevole ai giovani e alla loro educazione che si nutrono entrambi di futuro e di desiderio di crescere. Come avrebbe detto Giovanni Gentile, l’educazione è in fondo “sempre una questione d’avvenire”. Se questo avvenire è incerto o addirittura manca, la tensione educativa diventa una molla scarica. Ma, a ben vedere e andando oltre il Rapporto Censis , questa visione pessimistica è nutrita più dagli adulti che dai giovani stessi. Il nostro appare infatti un mondo di post-adulti. Questa è la prima generazione di adulti così radicalmente pervasa dal desiderio di non esserlo. Gli adulti vogliono fare i giovani. Come ha scritto un brillante ricercatore come Stefano Laffi, “gli adulti usano le parole per avere ragione, non ascoltano e sovrascrivono i loro saperi a stati emotivi, domande desideri, bisogni”. E’ quella che lui chiama “la congiura contro i giovani”. Sono gli adulti a dire che non c’è più futuro ma in realtà è anche questa un’appropriazione indebita degli adulti, che ne hanno meno di tempo, nei confronti dei giovani che invece sono il futuro.

Il Censis denuncia anche un declino di fiducia nell’investimento economico nella formazione che è una delle cause della contrazione delle immatricolazioni universitarie. Ma dal Censis arriva anche qualche, timida, indicazione positiva. C’è oggi la necessità di combinare il “pensiero alto e la contaminazione praticaProvo a tradurre in termini di finalità educative, anche scolastiche. Dove ritrovare uno scopo? Pensiero alto, capacità pratiche e virtù civiche. Il senso dell’educare e dell’istruire lo si può ritrovare combinando a tutti livelli scolastici queste tre dimensioni.

Provo a fare alcuni esempi che vanno nella direzione della scuola che vorrei. Parto dalla base, ovvero dal bambino e dalla scuola dell’infanzia. La scuola che vorrei è una scuola che sia all’altezza della scoperta dell’infanzia. Il XX secolo è stato definito il secolo del bambino, il XXI secolo è e sarà il secolo del cervello. Che cosa vanno scoprendo oggi le neuroscienze sul cervello del bambino? Il bambino è un essere umano, sin dalla nascita, un essere pieno di programmi. Oggi la scoperta psicopedagogica iniziata nel ‘900 continua. Il cervello del bambino è il padre del cervello dell’adulto. La sua plasticità vuol dire potenzialità ma anche fatalità dell’infanzia. L’educazione fa biologia e questo è dovuto alla intrinseca plasticità del cervello. Il cervello diventa quello che fa. Il cervello non distingue tra funzioni cognitive e funzioni motorie. Tutto dipende da come vengono date le attività.  Le prime nozioni, i primi apprendimenti non vengono attaccati al cervello ma scolpiscono in maniera indelebile e permanente il cervello. Ogni apprendimento consiste in un cambiamento di connessioni tra neuroni. Partendo dagli esempi, il cervello è capace di generare le regole, da solo elabora regole basate su esempi. Quindi ha bisogno di fare da solo molte esperienze. La scuola che vorrei è una scuola all’altezza della nuova connessione che oggi si vede tra cervello, mente, educazione, tra la biologia, la psicologia  e la pedagogia. Non nel senso di una neuro-pedagogia ma nel senso di una scuola dell’infanzia che parta dal presupposto scientifico che ogni bambino è un genio.

Come ha scritto in Il bambino filosofo (2010) Alison Gopnik del  MIT, “tutte queste ricerche mostrano come i bambini ci sembrano familiari eppure alieni, alcune volte sembrano simili a noi, altre volte invece sono inafferrabili. Più sono piccoli e più sono avvolti nel mistero. Imparano più nei primi anni della vita che in tutta la loro esistenza ed è difficile capire quanto il bambino sia padre dell’uomo. Sono profondi e sconcertanti”. La scuola che vorrei dovrebbe essere all’altezza della scoperte neuoscientifiche e dovrebbe essere capace di superare il paradosso espresso da una domanda fondamentale di Gardner: se la mente non scolarizzata del bambino è quella di un genio, perché quando va a scuola incontra tante difficoltà? La domanda conseguente è: che cosa non va nella scuola? La fiducia nel bambino, che è la fiducia nelle sue innate capacità di apprendimento,  dovrebbe spingerci a creare degli ambienti educativi realmente adeguati, dal nido alla scuola elementare, dove lui possa fare esperienze e poi avere la capacità di non fare fretta e di aspettare. Facendo attenzione alla attenzione del bambino.

La scuola che vorrei per il pre-adolescente e per l’adolescente è una scuola-laboratorio che utilizzi la città e l’intero ambiente-paesaggio come aula. Una scuola dell’apprendistato dove si sfruttino tutte le risorse offerte dal lavoro, non per educare al lavoro ma per educare con il lavoro, oltre la parola dell’insegnante e oltre quella dei libri. La scuola sta perdendo il senso  perché ha perso i  sensi. Edifici brutti e non segnalati. Se è così importante perché è così brutta?, si è domandato Stefano Laffi. Non ci sono piante da curare o animali da accudire. La natura è eliminata.  La mente e la mano si sono separate completamente e la contrapposizione più radicale è quella tra mente e corpo: la scuola vieta a questo di esser presente. Seduto tutto il tempo, in assenza di movimenti, nonostante che fino a quel momento ogni bambino ha imparato con tutti i cinque sensi. Una scuola quindi con più laboratori e meno cattedre.

La scuola che vorrei. L’espressione condizionale di questa frase rimanda al desiderio. La scuola che vorrei è una scuola del desiderio. Desiderio di sapere e desiderio di crescere. Una scuola restituita agli studenti o, meglio, all’etimologia di questa parola. Studente viene dal latino studere, che significa “desiderare”. Lo studente è colui che desidera: è giovane e desidera conoscere e desidera vivere. Tornare a desiderare è la virtù civile necessaria per riattivare la dinamica di una società troppo preoccupata e troppo appiattita. Tornare a desiderare: un riarmo mentale più che morale di massa e non di piazza.

La scuola che vorrei – in conclusione – non è solo la scuola che non c’è e che vorremmo che ci fosse, ma è anche la scuola, che segretamente, in ristrette minoranze e in rari momenti, c’è sempre stata. La scuola che vorrei è quella dell’incontro tra adulti e giovani, è quella tra i giovani e la cultura, è quella dell’incontro, fatale e bellissimo, tra allievi e maestri. La scuola terna degli incontri educativi che cambiano la vita nel senso che la inverano accendendo il fuoco del desiderio. Lo ha ricordato recentemente lo psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati in un bel libro intitolato L’ora di lezione. Certo l’ora di lezione è anche quella che lo scrittore Eraldo Affinati ha chiamato la finzione pedagogica, per cui la lezione in classe non è altro che un assurdo e insostenibile monologo teatrale di insegnanti che recitano se  stessi senza entrare in relazione. Un momento dove non c’è né incontro né scoperta. Quanto delle nostre vite dipende da un incontro? E quando da adulti ci si accorge degli incontri mancati, ad esempio, con uno strumento musicale, con una lingua straniera è spesso troppo tardi. Recalcati va però oltre il ritratto di questa scuola smarrita. In essa avvengono ancora incontri. Oltre il metodo e la tecnica, che trasformano gli  insegnanti in persone declassate a funzione, c’è lo stile, il carisma, il risveglio dell’anima e la sensazione di rinascita. “E’ necessario un contagio, un incontro con un testimone di questo desiderio”, un desiderio per la cultura, per il sapere che serve alla vita. Il libro diventa allora un corpo, l’insegnante un maestro, la trasmissione del sapere una testimonianza. “Che cos’è, allora, un’ora di lezione? E’ un incontro con l’ossigeno vivo del racconto, della narrazione, del sapere che si offre come un evento…Ogni volta è un risveglio. Ogni volta sorge un mondo nuovo”. Allora l’insegnante è colui che, come dice l’etimologia, lascia letteralmente il segno, lascia un’orma, una traccia, aiutando la nascita di una nuova vita.

 Ordinario di pedagogia Sociale Università LUMSA Roma

Raniero Regni