Norbert Elias, chi era costui ?

Norbert Elias, chi era costui ?

L’ illuminante lettura di Regni sulla citazione ipercolta del premier Conte

 Norbert Elias, chi era costui?

di Raniero Regni*

E voglio dirvi un’ultima cosa: se saremo tutti a rispettare queste regole, usciremo più in fretta da questa emergenza.Il Paese ha bisogno della responsabilità di ciascuno di noi, della responsabilità di 60 milioni di italiani che quotidianamente compiono piccoli grandi sacrifici. Per tutta la durata di questa emergenza. Siamo parte di una medesima comunità.Ogni individuo si sta giovando dei propri ma anche degli altrui sacrifici. Questa è la forza del nostro Paese, una “comunità di individui” come direbbe Norbert Elias.Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci con più calore, per correre più veloci domani. Tutti insieme ce la faremo”.Conclusione del discorso del Presidente del Consiglio G. Conte del 11 marzo 2020)

In molte parti del mondo, ma anche limitandoci al solo Occidente che conosciamo di più, non sembrano esistere leader politici di una grandissima levatura, del calibro, tanto per intenderci, di uno degli ultimi come N. Mandela. Forse è la crisi della politica che si manifesta sotto forma di crisi della leadership, ma sembrano mancare uomini e donne capaci di guardare al futuro senza dare l’impressione invece che stiano guardando nello specchietto retrovisore. Capaci anche di mettere in campo quella particolare dote misteriosa che è il carisma. Non si vuole concedere più del dovuto al pessimismo nietzschiano secondo il quale è nel declino di una civiltà, al tramonto, quando le ombre si allungano, cito a memoria, che anche i nani si illudono di avere un’alta statura. Non vorremmo dei giganti, ma anche soltanto delle persone normali che abbiano a cuore il bene comune del genere umano, a dirigere le nazioni, i governi le istituzioni europee ed internazionali.

Nella storia del ‘900 abbiamo avuto dei leader che si sono rivelati tali solo nel momento più tragico dei loro paesi, penso a Churchill oppure a De Gaulle, quasi a dire che in certe circostanze è venuto fuori qualcosa che prima non si vedeva della loro personalità. Non saprei giudicare l’operato del nostro Presidente del consiglio G. Conte e non credo che il suo discorso fatto per annunciare le gravi misure di contrasto alla pandemia passerà alla storia. Si può discutere a lungo se la non particolare qualità retorica delle sue parole, il suo carattere misurato sia da apprezzarsi come un valore. In ogni caso ha funzionato ed un leader per caso, qual è stato fino ad ora lui, potrebbe aver acquisito prestigio in questa occasione tragica del nostro paese. A tale proposito appare opportuna la distinzione proposta da K. Jaspers tra capi politici e personalità decisive (mi riferisco al testo del 1957, Socrate, Buddha, Confucio, Gesù. Personalità decisive). Per diventare capi politici, anche di grandissima levatura ed importanza storica, da Cesare a Napoleone per intenderci, il caso ha un grande ruolo. Per diventare dei leader spirituali il caso non ha affatto valore, sono le immense qualità interiori che hanno permesso ai quattro protagonistI che lui prende in considerazione di lanciare messaggi che parlano ancora ai nostri cuori e alle nostre menti, come se fossero stati scritti per noi oggi. Messaggi capaci di viaggiare nella storia e ispirare intere civiltà, uscendo quasi dal tempo.

Ma non è di questo che voglio parlare bensì di una sola frase della parte conclusiva del suo discorso, la parte più esortativa e volutamente suggestiva, nella quale, unico autore esplicitamente citato in tutto il testo, è stato il grande sociologo tedesco Norbert Elias (1897- 1990). Molti, come il Don Abbondio manzoniano, si saranno domandati, “Elias: chi era costui?”. Perché quella frase e quel riferimento? È stato lui a volerla inserire perché rientrava nel suo repertorio di autori, oppure è stato il suo Ghostwriter ad averla suggerita? Per certi versi è un riferimento ipercolto. È così colto che non è stato “colto” neanche da commentatori acuti che spesso hanno osservato altri dettagli (la pochette, la cravatta, il vestito di sartoria, ecc.).

Mi ha incuriosito, non solo perché mi sono sentito coinvolto come uno dei pochissimi (ne sono sicuro, dice il mio ego. Ma l’ego è sempre una trappola!) che hanno letto il libro a cui si riferisce, La società degli individui (1987). Credo che neanche i sociologi lo conoscano bene perché la fama di Elias, come uno dei grandi maestri della sociologia, è arrivata tardi. Allievo di Alfred Weber e K. Mannheim, maestro di K. Wolff e A. Giddens, come di E. Dunning (con il quale scrisse il fondamentale Sport e aggressività), la sua è una storia per certi versi tragica e appartata, ma esemplare, testimonianza di un uomo e di uno studioso che non si è fatto scoraggiare dalla persecuzione nazista, che pure ha ucciso sua madre ad Aushwitz. Uno studioso che non si è fatto travolgere dal fatto che l’avvento di Hitler al potere lo ha costretto all’esilio e ha impedito la sua brillante carriera universitaria appena iniziata, impedendo anche nel 1939 la pubblicazione del suo libro più importante che lo avrebbe proiettato immediatamente nell’empireo degli studiosi internazionali. Ma l’autocompiacimento dura solo un attimo perché devo la scoperta delle opere di Elias, come quasi tutto quello che so, al mio maestro Fabrizio Ravaglioli, che fece del volume Potere e civiltà (oggi incluso nell’unico volume dell’opus magnum Il processo di civilizzazione, 1988) l’oggetto di un suo corso, come gli altri tenuti da lui, formidabile. Collego il pensiero di Elias alle sue lezioni nelle aule de “La Sapienza”, durante il mio dottorato di ricerca, e allora il pensiero si colora di nostalgia per il tempo oramai lontano della mia iniziazione accademica. Si tratta di una bellissima interpretazione psico-socio-storica, una grande sociologia configurazionale capace di intercettare il gigantesco processo di civilizzazione occidentale che ha portato a controllare la natura fuori di noi e la personalità dentro di noi, aumentando le catene di interdipendenza, che oggi appaiono globali, tra tutte le nazioni del mondo. A partire dalle società di corte tardo medievali l’autocostrizione, la curializzazione dei cavalieri, trasformati pian piano in cortigiani, ha fatto aumentare lo spazio delle libertà ma anche l’eterocostrizione affidata allo stato come monopolizzatore della violenza legittima: psico-sociogenesi dello stato e della personalità moderne. Una potente e molto complessa analisi, quella di Elias, che coinvolge la struttura della personalità assieme a quella della società e la loro coevoluzione nella storia. La civiltà appare allora, ed è questo l’aspetto implicito che Ravaglioli faceva emergere nella sua interpretazione, un processo educativo gigantesco e di lungo periodo, la pedagogia delle civiltà. Una teoria così grande e ricca che, in questa sede, non è possibile neanche un accenno.

Anche per questo, il riferimento del discorso del premier è ipercolto e per certi versi strano. Sì, perché Elias non è un autore che scrive frasi ad effetto ma basa la sua scrittura su lunghi ragionamenti molto personali ma senza nessuna concessione alle frasi roboanti. Allora perché è stato citato? Tale riferimento, ancorché inspiegabile, è assolutamente pertinente ed azzeccato. Secondo quanto scrive quello che è stato definito “l’ultimo dei sociologi classici”, non c’è l’individuo e poi c’è la società, non c’è neanche la psicologia che studia l’uno e la sociologia che studia l’altro. Io e noi non sono concetti opposti. Quello che esiste è il nesso tra l’identità-Io e l’identità-Noi, due facce della stessa medaglia. Non esistono società senza individui né individui senza società. Se oggi possiamo dire “io”, cittadino, dotato di diritti, che provo empatia per gli altri esseri umani a partire dai miei concittadini, è solo perché esiste una certa società democratica che si è evoluta in una certa maniera producendo questo frutto raro e prezioso che è la democrazia e il welfare state, che non lasciano nessuno indietro, che istituzionalizza la generosità sociale, concedendo al tempo stesso la più ampia libertà e autonomia agli individui. È questo “io” libero il frutto straordinario di una società come la nostra, esito imprevisto di un particolare processo storico.

L’individuo si è collegato prima alla tribù, poi alla città, poi allo stato, come unità collettive senza le quali non poteva sopravvivere. Oggi siamo al punto che “è l’umanità intera quella che oggi rappresenta l’unità di sopravvivenza in ultima analisi determinante” (p. 259). Ma, aggiunge Elias nel testo cui ha fatto riferimento Conte, “per la maggioranza degli uomini l’umanità in quanto ambito di riferimento dell’identità-Noi, è una macchia bianca sulla carta geografica delle loro emozioni” (p. 231). In questo straordinario frangente storico, è venuto il momento di cominciare a disegnare quella carta geografica. Questo accadrà solo quando diremo “noi europei”, “noi esseri umani”, con lo stesso coinvolgimento con cui diciamo adesso “noi italiani”, e con la stessa determinazione con cui difendiamo la libertà individuale. E dovremmo dirlo ora, con una sola voce.

Ad un virus globale la risposta non può che essere altrettanto globale, compatta, o quantomeno, la risposta deve essere data assieme da tutti i paesi dell’Unione Europea, Unione che altrimenti rischia di non sopravvivere a questa prova decisiva. Questo è un compito così grande e così inedito, per ricoprire il quale tutti gli uomini politici in circolazione credo che siano, come si direbbe in inglese (e i due leader americani e inglesi di questo momento ne sono l’emblema), unfit, inadatti e inadeguati. Il compito indicato da Elias è roba da personalità decisive, da grandi persone illuminate capaci di un grande respiro spirituale che non sembrano ancora apparse all’orizzonte.

Ecco che allora, nella scia del pensiero di Elias, la speranza è che il premier Conte possa assumere le vesti di un leader che, in queste circostanze fortuite, in questo caso tragicamente sfortunate, possa dimostrare di essere capace almeno di suscitare la collaborazione di tutti e di ognuno nel trovare una strada verso il domani. Lo spero per lui, lo spero per me, lo spero per tutti noi.

*Laboratorio Civiltà – Ordinario di Pedagogia Sociale Università LUMSA Roma – Presidente Comitato Scientifico “Credici”



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